DESTINO

 

 

Il procuratore generale non la finiva più.

“E ti pareva che dovevo essere l’ultima del ruolo” pensò Emma, specchiandosi nel telefono e vedendo una ragazza mora dagli occhi profondi truccati solo con il kajal, piuttosto piacevole se non fosse stato per qualche chilo di troppo.

“Causa n. 18” disse il Presidente

“Ancora” sbuffò Emma nella sua testa, incrociando innervosita le gambe tenute ben calde da pantaloni neri a sigaretta, perché quella mattina Roma si era alzata sotto una coltre di ghiaccio.

“Ore 11.10 – ragionò la ragazza – l’aereo per Milano parte alle 15.00 … speriamo bene”.

Mai avrebbe creduto Emma di dover volare a Milano per ricevere l’eredità del caro Zio Max. E chi lo sospettava che Zio Max avesse affari a Milano e fosse proprietario di immobili ?

Emma rimuginava nervosa mentre il tempo in quell’aula di udienza a Piazza Cavour non passava mai, guardando e riguardando dal suo mobile la mail del Notaio Scalese di Milano, che la convocava per la consegna delle chiavi dell’appartamento menzionato nel testamento, di cui solo due giorni prima era stata data lettura.

Il testamento del vecchio Zio aveva lasciato Emma senza parole.

Sapeva di essere stata la nipote preferita e sapeva bene che Max, non avendo avuto né moglie né figli, le avrebbe lasciato qualcosa. Ma quel qualcosa poteva essere al più un orologio prezioso, una collezione di libri o l’anello di brillanti della madre di Max dal taglio anni ’30, che Emma adorava da quando era una bambina, ma mai e poi mai avrebbe immaginato di ricevere da Massimiliano Venceslai un appartamento ai Navigli.

“Causa n. 20” risuonò il Presidente

“Bene quasi ci siamo … E’ il caso di ripassare il ricorso – disse scrupolosa la ragazza tra sé e sé – o magari mi riporto e basta” pensò con un’alzata di spalle, mentre l’orologio segnava le 11.35. Ma Emma, sempre incline ai doveri, tirò fuori dalla borsa il fascicolo relativo alla causa da trattare, così da ripassarne i tratti salienti.

“Causa n. 23” disse il Presidente.

“Per favore …. fate presto” pregò Emma nella sua mente, mentre l’orologio scandiva le 11.47.

Poi finalmente, “Causa n. 24”.

Emma si alzò di scatto, raggiungendo nel giro di pochi secondi la scrivania di legno posta al centro della stanza.

Mentre il Presidente leggeva ancora i nomi del ricorrente e del controricorrente, entrò come una furia con la toga infilata solo su un braccio un avvocato accomodatosi sulla sedia accanto a quella di Emma affannato e sorridente, evidentemente la sua controparte.

Mentre il relatore descriveva la causa, una barbosa vicenda di contributi previdenziali, Emma non faceva altro che pensare a quanto fosse irritabile l’avvocato seduto accanto a lei, a detta del Presidente Ettore De Lorenzis, che arrivava all’ultimo momento, senza avere nemmeno ripassato gli atti !!

Toccò al Procuratore Generale, che in cinque minuti terminò, consigliando l’accoglimento del primo e del quarto motivo.

“Meno male” pensò Emma, che una volta avuta la parola si limitò a riportarsi al ricorso, sicura che il trasandato Collega non avrebbe di certo discusso la causa.

Emma stava con la mano sulla sua bella borsa nuova pronta a lanciarsi fuori da quell’immenso palazzo, quando l’avv. De Lorenzis esordì così “Eccellentissima Corte …. ci sono cose da dire e nuova giurisprudenza da richiamare”, perdendosi poi per i successivi venticinque minuti in una discussione orale cavillosa e pungente, che lasciò stremato l’intero Collegio.

Ad Emma fu offerta l’occasione di replicare, la ragazza angosciata dallo scorrere delle lancette, che segnavano già le 12.09, declinò.

Così ascoltata la frase di rito “La causa verrà decisa”, Emma si precipitò fuori verso l’ascensore n. 2 seguita dalla sua controparte.

“Collega” gridò l’avvocato De Lorenzis, andando dietro ad Emma.

La ragazza alzò gli occhi al Cielo, aveva sempre odiato i colleghi che la chiamavano “Collega”, non sapeva bene perché, ma era un termine che la disturbava, soprattutto se a pronunciarlo era un idiota che arrivava all’ultimo, bloccando l’udienza per trenta minuti con una parlantina invidiabile.

“Si ? “disse Emma già in ascensore pronta a schiacciare il tasto di chiusura porte.

“Scendo con te” fece l’avv. De Lorenzis, precipitandosi nell’ascensore prima che le porte lo ghigliottinassero.

“Mi dispiace per la lunga discussione – esordì affabile, guardando la ragazza – ma il mio cliente la meritava”.

“Figurati” disse Emma, pur non riuscendo a nascondere la sua evidente irritazione, “è che vado di corsa …” tentò di spiegare quasi a giustificare il suo umore.

“Anche io” disse l’avvocato.

“Beh – pensò Emma – sei sei in ritardo, perché hai parlato tanto ? Rischio di perdere l’aereo” e rivolse uno sguardo livido all’avvocato davanti a lei, che scoprì in quella lunga discesa in ascensore essere piuttosto bello: alto, magro, occhi scuri, capelli neri lunghi al punto da lasciare intendere fosse uno spirito libero.

All’apertura delle porte dell’ascensore Emma si precipitò fuori, urlando senza neanche girarsi un “A presto” al ragazzo dietro di lei e trovandosi in pochi istanti fuori al freddo gelido con indosso ancora la toga.

“Accidenti ! Per colpa di De Lorenzis – disse con disprezzo come si parla alle elementari dei compagni antipatici – mi sono dimenticata di togliermi la toga”. Così freneticamente cercò di acciuffare quel lungo mantello nero, ficcandolo a forza in una sacchetta, scendendo contestualmente le lunghe scale, rischiando così di slogarsi una caviglia.

“Almeno questo !” pensò, correndo.

Il punto TAXI davanti a Camillo B era pieno di auto bianche ed Emma giunta, iniziò a chiedere chi fosse il primo.

Le fece cenno un uomo sulla sessantina alla guida di un taxi assolutamente pulito, osservò con piacere Emma mentre saliva.

Stava per chiudere lo sportello della vettura, quando una mano ferma la bloccò: “Dividiamo il taxi ?” chiese Ettore De Lorenzis, infilando la testa nella macchina.

“No – gli urlò in faccia Emma, che nel frattempo aveva perso ogni freno inibitorio – Tu sei un incubo … Ti sei messo in testa di rovinarmi la giornata ?” chiese senza aspettare una risposta con il viso rosso dalla rabbia, proseguendo come una mitraglia “Ho un aereo per Milano tra due ore… ho fretta”.

“Anche io ho un aereo per Milano … oggi” disse calmo il ragazzo.

A sentire quelle parole Emma da innervosita, inizò ad agitarsi, pensando che forse Ettore De Lorenzis non solo era fastiodoso, ma era uno spietato  maniaco.

Mentre pensava questo, il ragazzo, tanto per dimostrarle che diceva il vero, tirò fuori dalla valigetta un biglietto aereo per Milano con il suo nome e con il numero di volo che Emma aveva ripetuto tra sè e sè per tutta la mattina.

“Che faccio signori ?” chiese il tassista che aspettava un indirizzo.

“Va bene, va bene – si convinse Emma – all’aereoparto per favore”, scuotendo la testa, mentre pensava a quanto strana, stranissima fosse quella coincidenza.

“Ho una riunione alla 18.00 presso la Clear Up per la firma di un contratto” spiegò Ettore, come a giustificare il suo viaggio a Milano, guardando la sua vicina.

Il ragazzo aveva assunto un’aria così imbarazzata da suscitare tenerezza nella sua compagna di taxi, che per la prima volta gli rivolse un sorriso.

Poi la ragazza si tolse il guanto della mano destra e con voce dolce questa volta si presentò “Ricominciamo … – fece in segno di distensione alla Nixon – mi chiamo Emma e odio essere chiamata “Collega””.

“Piacere” rispose Ettore, stringendo con calore la mano della ragazza, mentre l’auto svicolava tra le vie del centro meravigliosamente non trafficate a causa dell’intenso freddo di quella mattina di gennaio.

Albert Einstein disse che “la coincidenza è il modo di Dio per restare anonimo”.

Beh, Dio quella mattina sorrise soddisfatto, vedendo quei due ragazzi sfrecciare via in un taxi bianco.

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